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Il drago giapponese: significato, miti e leggende del Monte Fuji

10 min di lettura

In giapponese il drago si chiama ryū o tatsu (竜 o 龍) e il suo significato è legato all’acqua: abita mari, laghi e fiumi, porta la pioggia e nei templi buddhisti protegge la dottrina. Il drago giapponese nasce dall’incontro tra gli antichi culti delle acque e il drago arrivato dalla Cina, e a differenza di quello europeo è di solito una divinità da pregare più che un mostro da uccidere. Con il Monte Fuji il legame passa dall’arte e dai laghi: le fonti antiche non parlano di un drago che vive nel vulcano, ma Hokusai dipinse un drago che sale sopra il Fuji pochi mesi prima di morire, e i laghi ai piedi della montagna hanno i loro draghi. La dea del Fuji è un’altra: Konohanasakuya-hime. Qui sotto trovi i draghi della mitologia giapponese e le leggende documentate del Monte Fuji, con le fonti.

Illustrazione di un drago bianco davanti al Monte Fuji innevato

Drago in giapponese: ryū e tatsu

Il kanji del drago si scrive 竜 (forma semplificata, la più usata oggi) oppure 龍 (forma tradizionale, frequente nei nomi di templi e nelle opere d’arte). Ha due letture: tatsu, la parola giapponese originaria, e ryū (a volte ryō), la lettura di origine cinese che trovi nei composti come Ryūjin, “dio drago”. Il drago è anche il quinto segno dello zodiaco cinese, che in giapponese si scrive 辰 e si legge sempre tatsu: l’ultimo anno del drago è stato il 2024, il prossimo sarà il 2036.

Significato del drago giapponese

L’enciclopedia giapponese Nihon Daihyakka Zensho riassume così l’origine del culto: la fede nel dio drago (ryūjin shinkō) è nata dalla fusione tra l’antica venerazione delle divinità dell’acqua e la credenza nel drago arrivata dalla Cina. Il drago giapponese vive nell’acqua o sottoterra, vola, manda i fulmini e la pioggia. Per questo per secoli i contadini lo hanno pregato nei periodi di siccità, mentre i pescatori dedicano a Ryūjin delle feste in cui non escono in mare.

Nei templi zen il drago ha un secondo ruolo. Lo trovi dipinto sui soffitti delle sale della dottrina (hattō): il tempio Kennin-ji di Kyoto spiega che il drago vi compare come protettore del buddhismo e, in quanto dio dell’acqua, come immagine della “pioggia” dell’insegnamento che scende sui fedeli. Tre soffitti che puoi vedere:

  • l’Unryūzu del Tenryū-ji di Kyoto, dipinto da Kayama Matazō e completato nel 1997, con un drago dallo “sguardo in otto direzioni” che sembra fissarti da qualsiasi punto della sala;
  • il Sōryūzu del Kennin-ji, due draghi di Koizumi Junsaku dipinti nel 2002 per gli 800 anni del tempio, su 11,4 x 15,7 metri;
  • il Nakiryū, il “drago che piange” del Rinnō-ji di Nikkō: se batti le mani sotto la sua testa, l’eco risuona per alcuni secondi. L’originale di Kanō Yasunobu bruciò nel 1961 e quello attuale è del 1968.

Rispetto al drago europeo, quello giapponese non sputa fuoco e di rado è il nemico dell’eroe. Ha il corpo lungo da serpente, zampe artigliate e corna, ed è più vicino al naga del Sud-est asiatico, anche lui legato alle acque, che al drago di San Giorgio. Nell’arte giapponese sono comuni i draghi con tre artigli, ma non è una regola fissa: l’idea che i draghi giapponesi ne abbiano sempre tre risale a un libro inglese dell’Ottocento.

I draghi della mitologia giapponese

Ryūjin, il re drago del mare

Ryūjin è il dio drago del mare. Vive nel Ryūgū-jō, il palazzo del drago sul fondo dell’oceano, e governa le maree con due gioielli magici. È il padre di Otohime, la principessa che nella fiaba di Urashima Tarō accoglie il pescatore nel palazzo sottomarino. Al mondo del mare appartiene anche Toyotama-hime, figlia del dio Watatsumi e nonna del primo imperatore Jinmu: nel Kojiki la sua vera forma è un enorme wani, un mostro marino, mentre alcune varianti del Nihon shoki la descrivono come un drago.

Yamata no Orochi, il serpente a otto teste

È il mostro più famoso dei miti giapponesi, raccontato nel Kojiki (712) e nel Nihon shoki (720). Il dio Susanoo, cacciato dal cielo, incontra una coppia di anziani che ha già perso sette figlie, divorate dall’Orochi, un serpente con otto teste e otto code. Susanoo prepara otto tini di sake, aspetta che il mostro si ubriachi e lo fa a pezzi. In una delle code trova una spada, la Kusanagi, che dona alla dea del sole Amaterasu: è uno dei tre tesori imperiali del Giappone. Il testo antico parla di un serpente, ma molte traduzioni lo chiamano drago.

Kuzuryū, il drago a nove teste di Hakone

Secondo il santuario di Hakone, nel 757 il monaco Mangan arrivò al lago Ashi, dove viveva un drago velenoso a nove teste. Mangan lo sottomise, lo legò con una catena di ferro e lo trasformò nel protettore del lago, venerato come Kuzuryū Ōkami. Ancora oggi, il 13 di ogni mese, i sacerdoti portano in mezzo al lago un’offerta di riso rosso (sekihan), e il 31 luglio si tiene la festa del lago. Il lago Ashi è a Hakone, e nelle giornate limpide dalla riva si vede il Fuji. Un altro Kuzuryū, il drago a nove teste e una coda, è venerato al santuario di Togakushi, nella prefettura di Nagano, come dio dell’acqua e dell’agricoltura.

Zennyo Ryūō e la pioggia di Kūkai

Nell’824, durante una siccità, il monaco Kūkai sfidò un rivale in una gara di preghiere per la pioggia nel giardino del Shinsen-en, a Kyoto. Vinse evocando Zennyo Ryūō, un re drago venuto da un lago sacro dell’India, che secondo la tradizione abita ancora lo stagno del giardino.

Kiyohime e la campana del Dōjō-ji

Nella leggenda del tempio Dōjō-ji, ambientata nel 928, la giovane Kiyohime si innamora del monaco Anchin, che la respinge e fugge. Lei lo insegue, si trasforma in un enorme serpente, si avvolge intorno alla campana del tempio dove Anchin si è nascosto e la fa ardere con il suo fuoco. Anche qui le fonti parlano di serpente più che di drago, ma Kiyohime compare spesso nelle liste dei draghi giapponesi.

Seiryū, il drago azzurro dell’est

Seiryū è il drago azzurro, guardiano dell’est e della primavera, uno dei quattro animali sacri di origine cinese insieme a tigre bianca, uccello vermiglio e tartaruga nera. In Giappone lo vedi dipinto sulle pareti della tomba di Kitora, nella prefettura di Nara, scoperta nel 1983.

Il drago e il Monte Fuji: da dove nasce il legame

Nel primo mese del 1849, circa tre mesi prima di morire, Katsushika Hokusai dipinse il Fuji-koshi no ryū (富士越龍図, “Drago che sorvola il Fuji”): un rotolo verticale su seta, inchiostro e colori leggeri, alto 95,5 cm, in cui un drago nero sale tra le nuvole oltre la cima innevata. La firma dice “dipinto da Manji, vecchio di novant’anni”. Oggi è conservato all’Hokusai-kan di Obuse, nella prefettura di Nagano, che lo presenta come l’ultima opera del pittore e lo legge come un suo autoritratto alla fine della vita; alcuni studiosi pensano che vi abbia lavorato anche la figlia Ōi. Hokusai aveva già disegnato il tema nel 1835 nelle Cento vedute del Monte Fuji, con la tavola Tōryū no Fuji, “Il Fuji e il drago che sale”.

Hokusai non fu il solo: lo stesso tema lo dipinsero Kanō Tan’yū, Tani Bunchō, Sakai Hōitsu e Suzuki Kiitsu. Il museo civico di Satte spiega che richiama la storia cinese della “porta del drago” (tōryūmon), in cui la carpa che risale la cascata diventa drago: il drago che supera il Fuji esprimeva l’augurio di fare carriera e salire in alto.

I draghi dei laghi del Fuji

Le tradizioni sul drago più vicine al Fuji riguardano i suoi laghi. La federazione turistica dei Cinque Laghi racconta che durante un’eruzione la lava arrivò nel lago Motosu: il drago che proteggeva il lago fuggì dal calore e si rifugiò sul monte vicino, che da allora si chiama Ryūgatake, “picco del drago”. È la storia più vicina a un “drago del Monte Fuji”, ma il drago è del lago e scappa dal vulcano.

Sulla riva del lago Saiko si apre il Ryūgū-dōketsu, la “grotta del palazzo del drago”, un tunnel di lava monumento naturale nazionale dal 1929 e tappa dei pellegrini del Fuji-kō. Il vicino santuario Senoumi venera Toyotama-hime, invitata qui durante una carestia nel 913, e la tradizione dice che chi prega con l’acqua accanto al santuario ottiene sempre la pioggia; la festa del Ryūgū si tiene ogni 2 agosto. Sul lago Kawaguchi, invece, il santuario Fuji Omuro Sengen ha ripreso nel 2023, dopo circa 80 anni, il Ryūjin-sai: una volta i fedeli calavano nel lago un drago di legno per chiedere la pioggia.

Le leggende del Monte Fuji

Konohanasakuya-hime, la dea del Fuji

La divinità del Fuji è Konohanasakuya-hime, “la principessa che fa sbocciare i fiori degli alberi”. Nel Kojiki il dio Ninigi, nipote di Amaterasu, la sposa e rifiuta la sorella maggiore Iwanaga-hime, la principessa della roccia: per questo la vita dei suoi discendenti è diventata breve come quella dei fiori. Quando Ninigi dubita che il figlio sia suo, lei partorisce dentro una capanna in fiamme per provare la sua fedeltà, e i tre figli nascono illesi. Il suo legame con il Fuji è più tardo dei miti, e si afferma probabilmente tra il XIV e il XVI secolo. Oggi è la dea principale dei santuari Sengen, a partire dal Fujisan Hongū Sengen Taisha di Fujinomiya, ai piedi della montagna. È anche la dea dei ciliegi in fiore, ed è per questo che la ritrovi nella nostra guida all’hanami in Giappone.

Kaguya-hime e il nome del Fuji

Il Taketori monogatari, il “Racconto del tagliabambù” (fine IX o X secolo), finisce sul Fuji. Kaguya-hime, la principessa trovata in una canna di bambù, torna sulla Luna e lascia all’imperatore una lettera e l’elisir dell’immortalità. L’imperatore non vuole vivere per sempre senza di lei e ordina di bruciare entrambi sulla montagna più alta di Suruga, la più vicina al cielo. Il suo inviato sale con molti soldati, e per questo il monte si chiamò 富士, “ricco di soldati”. Nella lettura tradizionale il nome richiama anche 不死, “senza morte”, per l’elisir bruciato. Il racconto chiude dicendo che il fumo sale ancora oggi tra le nuvole.

Il Fuji e il lago Biwa nati in una notte

Una leggenda popolare, raccolta nella banca dati del folklore dell’International Research Center for Japanese Studies, racconta che al tempo del leggendario imperatore Kōrei il Fuji apparve in una sola notte nella provincia di Suruga. Nella stessa notte, nella provincia di Ōmi, la terra sprofondò e nacque un grande lago, identificato con il Biwa.

La gara di altezza con lo Yatsugatake

Nella zona di Suwa si racconta che il Fuji e lo Yatsugatake litigassero su chi fosse il più alto. Il Buddha Amida posò un canale tra le due cime e ci versò dell’acqua, che scese verso il Fuji: vinceva lo Yatsugatake. Il Fuji, furioso, colpì il rivale con il canale e lo spaccò in tante cime, gli “otto picchi” del suo nome. I geologi fanno notare che lo Yatsugatake, in origine, era davvero più alto del Fuji.

Il Fuji-kō, il culto dei pellegrini

Il Fuji-kō è il movimento religioso che nel periodo Edo portò in cima al Fuji migliaia di persone comuni. La tradizione lo fa risalire all’asceta Kakugyō, che avrebbe praticato nella grotta di Hitoana; il boom arrivò dopo la morte del predicatore Jikigyō Miroku nel 1733, quando a Edo si diceva ci fossero “808 confraternite e 80.000 fedeli”. Chi non poteva salire sul vero Fuji saliva sui fujizuka, piccoli Fuji in miniatura costruiti nei santuari della città: il più antico, il Takada Fuji, è del 1779.

Proprio questa storia di culto e di arte ha portato il Fuji nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO nel 2013 con il nome “Fujisan, luogo sacro e fonte di ispirazione artistica”. La montagna è alta 3.776 metri e l’ultima eruzione, quella dell’era Hōei, iniziò nel dicembre 1707 e coprì di cenere Edo. Se vuoi salirci, parti dalla nostra guida ai sentieri del Fuji in estate.

Domande frequenti

Fonti
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Andrea M.

Digital Nomad

Andrea è un digital marketer e appassionato di cultura asiatica, convinto che il modo migliore per conoscere un paese sia attraverso i suoi sapori e le sue tradizioni. Viaggiatore instancabile, ha sviluppato nel tempo una profonda passione per l'Asia e le sue tradizioni, che racconta su Viaggiare in Asia con ricette testate e appunti di viaggio. Quando non è in viaggio, lavora su progetti digitali tra Malta e l'Italia.

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